L’Italia d’Argento

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Domenico Arezzo di Trifiletti, Ragusa Ibla, Ritratto di donna Maria Arezzo di Celano, 1851

Domenico Arezzo di Trifiletti, Ragusa Ibla,Ritratto di donna Maria Arezzo di Celano, 1851

 

Roma, Palazzo Fontana di Trevi – Via Poli, 54

26 settembre – 16 novembre 2003

La mostra, curata e organizzata dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali – Istituto Nazionale per la Grafica e dalla Fratelli Alinari – Fondazione per la Storia della Fotografia, già presentata al pubblico a Firenze, nella Sala d’Arme di Palazzo Vecchio, dal 30 maggio al 13 luglio 2003, verrà inaugurata a Roma, presso l’Istituto Nazionale per la Grafica, Palazzo Fontana di Trevi, il 25 settembre 2003. L’esposizione è dedicata in particolare agli esordi della fotografia in Italia e presenta al pubblico alcuni tra i più importanti dagherrotipi (sia vedute e riproduzioni di opere d’arte, sia ritratti) realizzati da autori italiani e stranieri presenti all’epoca nel nostro paese. La “dagherrotipia”, introdotta nel 1839 da Jacques-Louis Mandé Daguerre è la prima, in ordine di tempo, tra tutte le tecniche fotografiche. Questa tecnica ha goduto di una vastissima popolarità almeno fino al 1860, nonostante la concorrenza di altri procedimenti più accessibili e più facilmente realizzabili. La rarità delle immagini al dagherrotipo – dovuta soprattutto alla struttura e alle caratteristiche fisico-chimiche del procedimento, oltre che all’unicità e irripetibilità di ogni singola immagine – rende questi oggetti oggi particolarmente preziosi e spesso poco conosciuti. La mostra si propone quindi di presentare per la prima volta in Italia, specificamente e in un numero di esemplari piuttosto significativo – circa 120 pezzi, recuperati attraverso uno studio e una meticolosa ricerca nell’ambito di diverse collezioni italiane e straniere sia pubbliche che private – uno dei capitoli più affascinanti delle origini della fotografia italiana, riunendo in un’unica esposizione antologica gli incunaboli più preziosi e le testimonianze più rappresentative dell’attività svolta dai pionieri della fotografia: dalle dagherrotipie realizzate da o per il filologo inglese Alexander John Ellis, ai ritratti in studio dei numerosi atelier che si specializzarono nelle principali città italiane, fino alle vedute di luoghi e monumenti, realizzate da professionisti, da artisti itineranti o da “amateur”, che costituiscono un essenziale anello di congiunzione – tra l’incisione e la fotografia – di quella ininterrotta tradizione iconografica legata al Gran Tour e finalizzata agli interessi culturali ed artistici dei viaggiatori. Curatori della mostra e del catalogo sono Maria Francesca Bonetti e Monica Maffioli. Alla mostra e al relativo catalogo, pubblicato da Alinari, hanno collaborato molti studiosi ed esperti, impegnati in varie istituzioni italiane, al fine di ricostruire un inedito repertorio, suddiviso per aree regionali, delle più precoci immagini fotografiche realizzate in Italia e dei primi protagonisti della fotografia italiana.

Sede: Roma, Palazzo Fontana di Trevi – via Poli 54

Periodo di apertura: 26 settembre – 16 novembre 2003

Orari di apertura: tutti i giorni compreso i festivi dalle 10 alle 19

Prezzi del biglietto di ingresso:

biglietto+audioguida:

intero Euro 7,00

ridotto Euro 6,00, ridotto: per minori di 18 anni, scuole, studenti universitari (su presentazione del libretto universitario), gruppi (minimo 15 visitatori), giornalisti, militari in divisa, visitatori di età superiore a 65 anni; gratuito per: bambini fino a 6 anni, visitatori disabili, dipendenti del Ministero per i Beni e le Attività Culturali (su presentazione della tessera di riconoscimento). Per i possessori del biglietto della mostra “Paesaggio urbano” sarà applicato il biglietto al costo ridotto e viceversa. Audioguide a cura di Audiovideofono F.lli D’Uva

Ufficio Stampa : Istituto Nazionale per la Grafica Marcella Ghio tel. 06/69980238 – fax 06/69921454

Associazione Civita Barbara Izzo tel. 06/692050220 – fax 06/69942202

Informazioni e prenotazioni: Associazione Civita tel. 06/692050205 – fax 06/69942202

Dal lunedì al venerdì (esclusi i festivi) dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 17.00

Visite guidate condotte da storici dell’arte per gruppi su prenotazione 70 euro; (max 25 persone) Tel. 39 06 692050630

Mostra e volume: La mostra e il catalogo si articolano in 8 sezioni: D’après le Daguerréotype…(disegni e incisioni tratte da dagherrotipo) Il Regno di Sardegna I territori italiani dell’Impero Asburgico Il Ducato di Parma Il Ducato di Modena e Reggio Emilia e le Legazioni Pontificie Il Granducato di Toscana Roma e lo Stato della Chiesa Il Regno delle Due Sicilie Sono presenti oltre 120 opere provenienti da importanti Musei e Istituzioni nazionali e internazionali e da varie collezioni private.

Catalogo: formato cm. 24×28, pagine 272, fotografie 300 Stampa in bicromia e in quadricromia. Legatura in brossura con copertina con bandelle a tutta lunghezza, stampata a cinque colori plastificata opaca prezzo di vendita in mostra Euro 40,00 in Libreria Euro 55,00

dagherrotipista non identificato, L'elefante di Torino che poi morì pazzo, 1850 (Torino, Archivio Storico della Città)

dagherrotipista non identificato, L’elefante di Torino che poi morì pazzo, 1850 (Torino, Archivio Storico della Città)

Il 7 gennaio 1839 il fisico François Dominique Arago annunciò all’Accademia delle Scienze di Parigi che Louis Jacques Mandé Daguerre, dopo diversi anni di sperimentazioni, condotte per qualche tempo con Joseph-Nicéphore Niépce, era giunto a fissare stabilmente le immagini che si formavano spontaneamente su una lastra, appositamente preparata e posta all’interno di una camera oscura, grazie all’azione della luce. Si realizzava così il sogno di quanti da tempo desideravano disporre di immagini che fossero “esatte” riproduzioni della realtà. Nonostante fossero molti gli sperimentatori che negli stessi anni si proponessero lo stesso scopo, giungendo in qualche caso con metodi diversi a risultati simili, il procedimento di Daguerre, che da lui prese il nome di daguerréotype (dagherrotipo), ebbe il primato dell’annuncio ufficiale al mondo intero, identificandosi così con quella che fu universalmente considerata l’invenzione della fotografia.Il 19 agosto dello stesso anno, in cambio di una pensione accordata all’inventore e al figlio del suo socio Isidore Niépce, il Governo francese acquisì il procedimento, che fu reso noto e offerto gratuitamente al mondo; immediatamente l’opuscolo di Daguerre, con la descrizione dettagliata delle varie fasi per la realizzazione delle lastre dagherrotipiche, fu messo in vendita a Parigi e tradotto in numerose edizioni in diversi paesi del mondo. Anche in Italia – a Genova, a Bologna e a Roma – si ebbero presto pubblicazioni del manuale, che facilitarono la conoscenza, la diffusione e la pratica del procedimento, non soltanto tra professionisti, esperti di ottica o di chimica, ma anche da parte di curiosi “dilettanti”, amatori, artisti. L’entusiasmo con il quale il dagherrotipo fu accolto in tutto il mondo è testimoniato, anche in Italia, dalle numerose esperienze e dimostrazioni del procedimento che furono condotte in pubblico: a Firenze e a Pisa, in occasione del I Congresso degli scienziati italiani (Tito Puliti), a Torino (Enrico Federico Jest), a Trieste (Carlo Antonio Fontana), a Milano (Alessandro Duroni), a Napoli (Gaetano Fazzini). Delle prime prove dagherrotipiche non resta purtroppo che qualche rarissimo esemplare o qualche traccia in immagini tradotte in incisione. Il 12 novembre 1839 il dagherrotipo ricevette inoltre anche in Italia un riconoscimento ufficiale in ambito scientifico, grazie alla Relazione che ne fece Macedonio Melloni all’Accademia delle Scienze di Napoli.

Frédéric Martens, Veduta dalla piazzetta a Venezia, 1841 (Roma, Collezione Piero Becchetti).

Frédéric Martens, Veduta dalla piazzetta a Venezia, 1841(Roma, Collezione Piero Becchetti).

Le vedute e le raffigurazioni di monumenti furono all’inizio quasi gli unici soggetti di ripresa, in quanto la scarsa sensibilità delle sostanze chimiche impiegate nel procedimento richiedevano lunghi tempi di esposizione e l’immobilità degli oggetti. Tuttavia, l’aspettativa del pubblico di poter contare su una gran quantità di copie fedeli della realtà, era disattesa dal procedimento di Daguerre, grazie al quale si poteva ottenere infatti un’immagine unica, e non una “matrice” riproducibile serialmente. Si ricorse quindi presto alla traduzione delle immagini ottenute con il dagherrotipo, in opere a stampa, generalmente in litografia o all’acquatinta, che alcuni editori pubblicarono in serie assecondando le esigenze e le richieste del pubblico. L’ottico parigino Noël Marie Paymal Lerebours diede tra i primi l’esempio, dotando alcuni artisti viaggiatori di camere dagherrotipiche per realizzare vedute dei luoghi più importanti e delle città più caratteristiche del Grand Tour in Europa e nel Mediterraneo, e inserendo nella sua opera – Excursions daguerriennes. Vues et monuments les plus remarquables du globe – anche immagini del Medio Oriente e dell’Egitto. In Italia, la stampa e la diffusione di immagini da dagherrotipo fu merito soprattutto della casa Ferdinando Artaria e Figlio, che pubblicò a Milano, durante tutto il decennio 1840-1850, una serie di oltre 100 stampe di Vues d’Italie, eminentemente rappresentative dei topoi vedutistici fissati dalla precedente tradizione figurativa.

dagherrotipista non identificato, Roma, Tempio di Saturno al Foro Romano, 1840-1845  (Firenze, Museo di Storia della Fotografia Fratelli Alinari)

dagherrotipista non identificato, Roma, Tempio di Saturno al Foro Romano, 1840-1845(Firenze, Museo di Storia della Fotografia Fratelli Alinari)

L’Italia, che con le sue bellezze paesaggistiche e le emergenze archeologiche e storico artistiche costituiva una delle principali mete del viaggio di formazione culturale e spirituale, fu tra i paesi più rappresentati, non soltanto in questo genere di opere, ma anche grazie all’attività di diversi colti viaggiatori, raffinati aristocratici, studiosi o artisti – come Joseph Philibert Girault de Prangey, Alexander John Ellis o John Ruskin – che adottarono il nuovo mezzo per fissare ricordi di viaggio o documentare dettagliatamente i luoghi visitati sulla base dei propri interessi di studio. In particolare dal 1842, con l’apporto di alcuni perfezionamenti, l’introduzione di nuove ottiche per la ripresa e l’uso di sostanze acceleranti che aumentavano la sensibilità delle lastre e richiedevano tempi di posa più brevi, fu resa possibile e più facilmente praticabile anche l’esecuzione di ritratti al dagherrotipo, che da questo momento e fino alla fine degli anni Cinquanta, costituì l’ambito di maggior applicazione e di maggior successo del procedimento.

dagherrotipista non identificato, Pisa, Il Battistero e la Cattedrale, 1846 ca. (Firenze, Museo di Storia della Fotografia Fratelli Alinari)

dagherrotipista non identificato, Pisa, Il Battistero e la Cattedrale, 1846 ca.(Firenze, Museo di Storia della Fotografia Fratelli Alinari)

Si diffuse e prevalse in questi anni l’attività professionale dei dagherrotipisti, soprattutto itineranti, che spesso giunsero in Italia dall’estero, in particolare dalla Francia o dall’Austria, soggiornando per più o meno brevi periodi nelle diverse città dagherrotipista non identificato, Roma, Tempio di Saturno al Foro Romano, 1840-1845 (Firenze, Museo di Storia della Fotografia Fratelli Alinari) e spostando continuamente i propri studi di ritratto, presso i quali venivano offerte anche lezioni di dagherrotipia (Adolphe, Alphonse Bernoud, Philibert Perraud, Henri Béguin, Ferdinand Brosy, Joseph Renaud, Raffaele Sgarzi, e molti altri). Varia e versatile è l’attività di altri professionisti, quali Alessandro Duroni, Lorenzo Suscipj, Gioacchino Boglioni, Carlo Molino, Filiberto Cazò, Antonio Sorgato, Francesco Gibertini, che aprirono studi di successo nelle più importanti città italiane, cui si affiancarono, con una attività più circoscritta e svolta essenzialmente in ambito familiare, numerosi altri dilettanti o occasionali sperimentatori: tra gli altri, Venanzio Giuseppe Sella, Stefano Stampa, Vittorio della Rovere, Domenico Arezzo di Trifiletti.

Vittorio della Rovere, Ritratto di giovane signora in giardino, 1854. (Roma, ICCD - Museo Archivio della Fotografia Storica, Collezione Becchetti)

Vittorio della Rovere, Ritratto di giovane signora in giardino, 1854.(Roma, ICCD – Museo Archivio della Fotografia Storica, Collezione Becchetti)

Alphonse Bernoud, Contessa San Vitale di Parma, 1850 ca.. (Reggio Emilia, Fototeca della Biblioteca Panizzi)

Alphonse Bernoud, Contessa San Vitale di Parma, 1850 ca..(Reggio Emilia, Fototeca della Biblioteca Panizzi)

Philibert Perraud, Quadro di Giacomo Francia, 1846. (Roma, ICCD - Museo Archivio della Fotografia Storica, Collezione Becchetti)

Philibert Perraud, Quadro di Giacomo Francia, 1846.(Roma, ICCD – Museo Archivio della Fotografia Storica, Collezione Becchetti)

Il dagherrotipo, che per le sue caratteristiche di estrema definizione di dettaglio e di resa dei particolari, nonostante la contemporanea introduzione del procedimento calotipico (che si basava sul binomio posivo-negativo), si affermò nel corso degli anni Quaranta-Cinquanta e si diffuse soprattutto nel genere del ritratto, cadde poi quasi improvvisamente in disuso, in Europa, con l’avvento della tecnica del collodio; questa infatti, pur mantenendo le caratteristiche di definizione e precisione nella resa del soggetto, poteva garantirne la riproducibilità in più copie, assolvendo più efficacemente della dagherrotipia ai bisogni culturali e alle istanze divulgative della nuova e più esigente società borghese.

Enrico Federico Jest, Torino, Veduta della Gran Madre di Dio,  8 ottobre 1839 (Torino, Galleria Civica d'Arte Moderna)

Enrico Federico Jest, Torino, Veduta della Gran Madre di Dio,8 ottobre 1839 (Torino, Galleria Civica d’Arte Moderna)

Enrico Federico Jest è il primo a sperimentare con successo la dagherrotipia a Torino: è questo il suo primo esperimento fotografico, eseguito l’8 ottobre 1839 con un apparecchio costruito insieme al figlio Carlo. Affiancato dal figlio, infatti, gestisce una delle ditte più note a Torino per la fornitura di attrezzature e strumenti scientifici, ma dal 1839 si dedicherà esclusivamente alla fotografia. Carlo tradurrà inoltre nel 1845 il trattato francese sulla dagherrotipia di M. A. Gaudin. Questa immagine costituisce, tra l’altro,la più antica testimonianza a tutt’oggi nota dei primi esperimenti dagherrotipici in Italia di cui si abbia notizia attraverso le fonti storico-letterarie.

 

Sigismond Himely, Porto di Ripetta a Roma, 1841 (Roma, Collezione Piero Becchetti).

Sigismond Himely, Porto di Ripetta a Roma, 1841(Roma, Collezione Piero Becchetti).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

frontespizio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’immagine è tratta dalla nota serie di incisioni da dagherrotipo pubblicata dall’ottico ed editore parigino Noel-Marie Paymal Lerebours, Excurions daguerriennes. Vues et Monuments les plus remarquables du Globe (Parigi 1841-1843). L’opera fu progettata e cominciata probabilmente già nel 1840, come risulta da alcuni annunci a stampa e come è testimoniato anche dalla data iscritta in questa stessa stampa. Tale data è comunque certamente riferibile a quella dell’esecuzione del dagherrotipo da parte di uno dei diversi fotografi che l’editore inviò in vari paesi del mondo per raccogliere immagini dei luoghi più famosi e più visitati. La dagherrotipia infatti, non poteva essere riproducibile in serie e doveva pertanto ricorrere ancora alla riproduzione grafica (soprattutto incisione all’acquatinta e litografia) per la diffusione e la fruibilità delle immagini da parte di un vasto pubblico. L’esempio dell’editore francese, che nella sua opera dedicò numerose immagini all’Italia (29 tavole su 111, a fronte però di circa 1200 dagherrotipi realizzati su sua commissione), fu seguito in Italia dall’editore milanese Ferdinando Artaria. Le incisioni all’acquatinta da dagherrotipo della ditta Artaria, affidate ai due incisori Louis Cherbuin e Johann Jakob Falkeisen, furono distribuite sotto il titolo della serie Vues d’Italie d’après le Daguerréotype negli anni 1842-1847 e contribuirono notevolmente all’affermazione in Italia della nuova e più fedele tecnica documentativa.

Pierre-Amboise Richebourg, Roma, Veduta di Piazza del Popolo, 1844 ca. (Firenze, Museo di Storia della Fotografia Fratelli Alinari)

Pierre-Amboise Richebourg, Roma, Veduta di Piazza del Popolo, 1844 ca. (Firenze, Museo di Storia della Fotografia Fratelli Alinari)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’autore, ottico e fotografo attivo a Parigi già dal 1841, apprese la dagherrotipia direttamente da Daguerre. L’immagine qui presentata, particolarmente chiara e luminosa, testimonia la capacità tecnica del fotografo. Come per molte altre vedute dagherrotipiche delle città d’arte toccate dal Gran Tour, l’inquadratura scelta e il taglio compositivo dell’immagine riprendono la precedente tradizione iconografica, fissata soprattutto dalla grafica. Per questa veduta l’autore ha utilizzato una camera non dotata di prisma per il raddrizzamento dell’immagine reale che quindi ci appare invertita rispetto alla situazione reale.

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L’immagine colorata all’acquerello fa parte di una serie di otto dagherrotipi stereoscopici conservati in un cofanetto recante una dedica datata 25 settembre 1855. L’autore, il milanese Alessandro Duroni, è l’ottico e scienziato che per primo eseguì prove dagherrotipiche nel capoluogo lombardo. Il suo negozio di strumenti e apparecchi ottici, in Galleria De Cristoforis, fu punto di riferimento per molti altri professionisti dell’epoca. Tra i primi soggetti da lui ripresi con il dagherrotipo a Milano sono ricordati dalle fonti in particolare il Duomo, per secoli emblema della città, e l’Arco della Pace, appena inaugurato, soggetto privilegiato per la rappresentazione iconografica della città moderna. In mostra è visibile anche una stampa tratta da un dagherrotipo dell’autore, raffigurante questo soggetto ripreso il 12 giugno 1840 alle ore 6 pomeridiane.

Philibert Perraud, Ritratto di Enrico Mylius, 1844-1845 (Loveno di Menaggio - Como, Centro Italo Tedesco Villa Vigoni, Collezione Mylius)

Philibert Perraud, Ritratto di Enrico Mylius,1844-1845(Loveno di Menaggio – Como, Centro Italo Tedesco Villa Vigoni, Collezione Mylius)

Il ritratto del noto imprenditore milanese, attento alle più moderne tecnologie, vicepresidente della Camera di Commercio di Milano, uomo colto e tra i più eminenti della società mitteleuropea, è stato eseguito da uno dei più fecondi dagherrotipisti itineranti dell’epoca. L’immagine mostra chiaramente la sicurezza e la capacità dell’autore di riprendere le figure in maniera naturale, discreta, veloce e quasi impercettibile, tanto da suscitare il plauso e la curiosità dei numerosi clienti che, soprattutto nell’ambiente illuminato degli intellettuali e degli artisti delle diverse città in cui ha operato, ricorrevano a lui attirati dal successo e dalla fama che spesso lo precedeva. Giunto dalla Francia, Perraud fu attivo in Liguria, a Torino, Milano e Bologna, prima di stabilirsi, tra il 1845 e il 1846, a Roma. Di lui si conservano, in collezioni private e pubbliche, numerose dagherrotipie tra le quali si ricordano, in particolare, quelle che ritraggono gruppi di artisti stranieri a Roma.

Dagherrotipista non identificato, Firenze, Veduta del Campanile di Giotto, 1846 ca.  (Firenze, Museo di Storia della Fotografia Fratelli Alinari)

Dagherrotipista non identificato, Firenze, Veduta del Campanile di Giotto, 1846 ca.(Firenze, Museo di Storia della Fotografia Fratelli Alinari)

 

Questa veduta del Campanile di Giotto fa parte di una serie di sette dagherrotipi aventi come soggetto vedute di Firenze e di Pisa. Alcune di queste rappresentano lo stesso luogo, ripreso dallo stesso punto e nello stesso orario della giornata. Questo procedimento permetteva di ottenere vedute in serie eseguite allo scopo di creare repertori di immagini corrispondenti ai “topoi” iconografici maggiormente richiesti dalla committenza dell’epoca.

Dagherrotipista non identificato, Venezia, Canale in laguna, 1848 ca.  (Monaco di Baviera, Collezione Dietmar Siegert)

Dagherrotipista non identificato, Venezia, Canale in laguna, 1848 ca.(Monaco di Baviera, Collezione Dietmar Siegert)

 

Suggestiva e singolare, questa immagine ci propone una scena non convenzionale e una località apparentemente estranea ai circuiti destinati ai viaggiatori e agli escursionisti che già all’epoca frequentavano in gran numero la città lagunare; ci testimonia inoltre, l’interesse dell’autore ad ampliare lo sguardo verso la periferia della città, verso il ricco ambiente lagunare che circonda Venezia. Un interesse che ha trovato nella fotografia uno straordinario alleato.

 

 

 

Antonio Sorgato, Autoritratto al cavalletto, post 1847  (Venezia, Collezione Ferruzzi Balbi)

Antonio Sorgato, Autoritratto al cavalletto, post 1847(Venezia, Collezione Ferruzzi Balbi)

Questo dagherrotipo appartiene ad una serie di 21 riprese montate in 4 cornici lignee d’epoca e realizzate a partire dal 1847. Sorgato riprende alcuni familiari, conoscenti legati all’ambiente artistico del quale faceva parte, alcuni popolani in posa come modelli per gli studi artistici, ma soprattutto si autoritrae: qui al cavalletto intento a dipingere. Per tutta la vita disseminerà autoritratti in ogni formato possibile sollecitato forse anche dalla fortuna che ebbero i ritratti usciti dal suo studio fotografico.

Stefano Stampa, Ritratto della madre Teresa, 1852 (Milano, Biblioteca Nazionale Braidense)

Stefano Stampa, Ritratto della madre Teresa, 1852 (Milano, Biblioteca Nazionale Braidense)

L’immagine fa parte di una serie di 17 dagherrotipi appartenuti a Stefano Stampa, e prima di lui a sua madre Teresa Borri Stampa, seconda moglie di Alessandro Manzoni. Già attribuiti da Lamberto Vitali tutti allo stesso Stampa, pittore paesaggista legato a Massimo D’Azeglio, sono oggi riconducibili a lui soltanto in parte. Alcuni dagherrotipi della serie sono infatti molto probabilmente di Alessandro Duroni, che non soltanto può essere stato maestro di dagherrrotipia nei confronti di Stefano Stampa, ma avrebbe poi gestito in prima persona l’immagine ufficiale del Manzoni. Sul verso dei dagherrotipi numerose indicazioni manoscritte da Teresa Borri Stampa consentono oggi di distribuire cronologicamente le immagini e di raggrupparle iconograficamente. Fu forse proprio lei a volerle, allo scopo di realizzare una propria personale galleria di memorie manzoniane: Teresa infatti, secondo la testimonianza di Natalia Ginzburg, sposando Manzoni si era totalmente votata “a venerare di lui la grandezza e la gloria”.

Francesco Gibertini Ritratto della moglie e della figlia del Sovrintendente borbonico di Sulmona, 1845-1850  (Firenze, Museo di Storia della Fotografia Fratelli Alinari)

Francesco Gibertini Ritratto della moglie e della figlia del Sovrintendente borbonico di Sulmona, 1845-1850(Firenze, Museo di Storia della Fotografia Fratelli Alinari)

Il doppio ritratto è uno dei diversi esemplari del fotografo Francesco Gibertini attivo come professionista a Napoli, città nella quale il dagherrotipo ebbe particolare risonanza a livello scientifico grazie, in particolare, al contributo accademico di Macedonio Melloni che il 12 novembre 1839 lesse la sua “Relazione intorno al dagherrotipo” alla Regia Accademia delle Scienze. Tra le importanti testimonianze dei viaggiatori si ricordano però le suggestive immagini lasciateci dal filologo e matematico inglese Alexander John Ellis oggi conservate a Bradford presso il National Museum of Photography Film and Television.

Domenico Arezzo di Trifiletti, Ragusa Ibla, Ritratto di Donna Maria Arezzo di Celano, 1851 (Palermo, Fototeca del Centro Regionale per il Catalogo e per la Documentazione dei Beni Culturali, fondo fotografico Arezzo di Trifiletti)

Domenico Arezzo di Trifiletti, Ragusa Ibla, Ritratto di Donna Maria Arezzo di Celano, 1851(Palermo, Fototeca del Centro Regionale per il Catalogo e per la Documentazione dei Beni Culturali, fondo fotografico Arezzo di Trifiletti)

 

Opera del fotografo amateur ragusano Domenico Arezzo dei Baroni di Trifiletti, questa immagine, realizzata a Ragusa Ibla, esce dagli schemi della ritrattistica coeva, per cogliere un momento di quotidianità con grande sensibilità poetica ed estetica. Uno scatto forse rubato che affascina per il carattere mediterraneo, misterioso e romantico, solare e malinconico che fa di questo frammento di cultura “gattopardesca” una vera e propria icona simbolica.

Apparecchio per dagherrotipi  realizzato da Enrico Federico Jest con ottica Lerebours, Paris, 1840 ca., (Lugano, Collezione Antonetto)

Apparecchio per dagherrotipirealizzato da Enrico Federico Jest con ottica Lerebours, Paris, 1840 ca., (Lugano, Collezione Antonetto)

 

Maccedonio Melloni, Relazione intorno al dagherrotipo, Napoli 1839  (Firenze, Biblioteca del Museo di Storia della Fotografia Fratelli Alinari)

Maccedonio Melloni,Relazione intorno al dagherrotipo, Napoli 1839(Firenze, Biblioteca del Museo di Storia della Fotografia Fratelli Alinari)

Il dagherrotipo, presentato ufficialmente nel gennaio del 1839 a Parigi, prende il nome dal suo inventore Jacques Louis Mandé Daguerre. Per ottenere un dagherrotipo si utilizzava una lastra di rame argentato. Le dimensioni erano variabili a partire dalla cosiddetta “lastra intera”, di circa 16 x 21 cm: tale formato, tuttavia, veniva raramente utilizzato, sia perché troppo costoso sia perché richiedeva attrezzature relativamente grandi. I formati più comuni sono frazioni della lastra intera (mezza lastra; quarto di lastra, ecc.). La lastra veniva perfettamente lucidata e pulita, in modo da diventare uno specchio; a questo punto era pronta per essere resa sensibile alla luce. La si poneva all’interno di una scatola costruita appositamente nella quale veniva sensibilizzata ai vapori di iodio e successivamente esposta alla luce. Il tempo di esposizione poteva variare da alcuni secondi ad alcuni minuti a seconda della quantità di luce disponibile. Non esistevano otturatori e l’esposizione avveniva semplicemente togliendo e rimettendo a posto il tappo dell’obiettivo. Dopo l’esposizione, per rendere visibile l’immagine, la lastra doveva essere sviluppata all’interno di un secondo contenitore per mezzo di vapori di mercurio; infine veniva lavata con acqua distillata e posta ad asciugare. Nel dagherrotipo l’immagine è costituita da microscopiche particelle di mercurio sulla superficie argentata perfettamente lucida: le luci sono costituite da un deposito biancastro (amalgama mercurio-argento) mentre le ombre sono date dalla superficie lucida del metallo. Di conseguenza, a seconda dell’inclinazione della lastra e dell’orientamento verso fondi luminosi o scuri, l’immagine appare positiva o negativa. Questa ambiguità dell’immagine, che appare sempre instabile ed evasiva, fa del dagherrotipo qualcosa di unico fra tutti i prodotti della fotografia. La superficie specchiata conferisce inoltre all’immagine dagherrotipica un effetto di tridimensionalità e, insieme alla ricchezza dei dettagli, riprodotti con grande finezza e precisione, contribuisce a dare al dagherrotipo un aspetto quasi “magico”.

Indice dei dagherrotipisti delle opere in mostra

ADOLFO

AMICI Vincenzo

AREZZO di TRIFILETTI Domenico

AREZZO di TRIFILETTI Domenico

 

 

 

 

 

 

 

 

BARZOTELLI Michele

BEGUIN Enrico

BERNARDI

BERNOUD Alphonse

BERNOUD Alphonse

 

 

 

 

 

 

 

 

BOGLIONI Gioacchino

BROSY Ferdinando

CAPITOLO Ernesto

CASTELLI Aristide

CAZO’ Filiberto

DELLACQUA Onorato

DURONI Alessandro

DURONI Alessandro

 

 

 

 

 

 

 

ELLIS Alexander John

FORZANI Andrea

GARCIN

GIBERTINI Francesco

GIBERTINI Francesco

 

 

 

 

 

 

 

 

GIRAULT de PRANGEY Joseph Philibert

HEYLAND e figlio [Francesco]

ILLER

JACOB G.

JAHIER Enrico

JEST Enrico Federico

JEST Enrico Federico

 

 

 

 

 

 

JUNG Lodovico

LEVI G.V. LUSWERGH Giacomo

MARZOCCHINI Giuseppe

MAZZOCCA MEISSNER e STENZEL MEYLAN Auguste

MOLINO Carlo

MORELLI Achille

PERRAUD Philibert

PERRAUD Philibert

 

 

 

 

 

 

 

 

RENAUD Joseph

RICHEBOURG Pierre-Amboise

RICHEBOURG Pierre-Amboise

 

 

 

 

 

 

 

ROVERE Vittorio della

ROVERE Vittorio della

 

 

 

 

 

 

 

 

SGARZI Raffaele

SIMONCINI Vespasiano

SORGATO Antonio

SORGATO Antonio

 

 

 

 

 

 

 

 

STAMPA Stefano

STAMPA Stefano

 

 

 

 

 

 

 

 

SUSCIPJ Lorenzo

THAUST DODERO Alfonso