![]() |
Enrico Federico Jest è il primo
a sperimentare con successo la dagherrotipia a Torino: è questo
il suo primo esperimento fotografico, eseguito l'8 ottobre 1839 con un
apparecchio costruito insieme al figlio Carlo. Affiancato dal figlio,
infatti, gestisce una delle ditte più note a Torino per la fornitura
di attrezzature e strumenti scientifici, ma dal 1839 si dedicherà
esclusivamente alla fotografia. Carlo tradurrà inoltre nel 1845
il trattato francese sulla dagherrotipia di M. A. Gaudin. |
| Enrico
Federico Jest, Torino, Veduta della Gran Madre di Dio, 8 ottobre 1839 (Torino, Galleria Civica d'Arte Moderna) |
Questa immagine costituisce, tra
l'altro,la più antica testimonianza a tutt'oggi nota dei primi
esperimenti dagherrotipici in Italia di cui si abbia notizia attraverso
le fonti storico-letterarie.
|
L'immagine è tratta dalla nota serie di incisioni da dagherrotipo pubblicata dall'ottico ed editore parigino Noel-Marie Paymal Lerebours, Excurions daguerriennes. Vues et Monuments les plus remarquables du Globe (Parigi 1841-1843). L'opera fu progettata e cominciata probabilmente già nel 1840, come risulta da alcuni annunci a stampa e come è testimoniato anche dalla data iscritta in questa stessa stampa. Tale data è comunque certamente riferibile a quella dell'esecuzione del dagherrotipo da parte di uno dei diversi fotografi che l'editore inviò in vari paesi del mondo per raccogliere immagini dei luoghi più famosi e più visitati. La dagherrotipia infatti, non poteva essere riproducibile in serie e doveva pertanto ricorrere ancora alla riproduzione grafica (soprattutto incisione all'acquatinta e litografia) per la diffusione e la fruibilità delle immagini da parte di un vasto pubblico. L'esempio dell'editore francese, che nella sua opera dedicò numerose immagini all'Italia (29 tavole su 111, a fronte però di circa 1200 dagherrotipi realizzati su sua commissione), fu seguito in Italia dall'editore milanese Ferdinando Artaria. Le incisioni all'acquatinta da dagherrotipo della ditta Artaria, affidate ai due incisori Louis Cherbuin e Johann Jakob Falkeisen, furono distribuite sotto il titolo della serie Vues d'Italie d'après le Daguerréotype negli anni 1842-1847 e contribuirono notevolmente all'affermazione in Italia della nuova e più fedele tecnica documentativa.
Sigismond Himely, Porto di Ripetta a Roma, 1841
(Roma, Collezione Piero Becchetti).
![]()
L'autore, ottico e fotografo attivo a Parigi già dal 1841, apprese la dagherrotipia direttamente da Daguerre. L'immagine qui presentata, particolarmente chiara e luminosa, testimonia la capacità tecnica del fotografo. Come per molte altre vedute dagherrotipiche delle città d'arte toccate dal Gran Tour, l'inquadratura scelta e il taglio compositivo dell'immagine riprendono la precedente tradizione iconografica, fissata soprattutto dalla grafica.
Per questa veduta l'autore ha utilizzato una camera non dotata di prisma per il raddrizzamento dell'immagine reale che quindi ci appare invertita rispetto alla situazione reale.
Pierre-Amboise Richebourg, Roma, Veduta di Piazza del Popolo, 1844 ca. (Firenze, Museo di Storia della Fotografia Fratelli Alinari)
L'immagine colorata all'acquerello fa parte di una serie di otto dagherrotipi stereoscopici conservati in un cofanetto recante una dedica datata 25 settembre 1855. L'autore, il milanese Alessandro Duroni, è l'ottico e scienziato che per primo eseguì prove dagherrotipiche nel capoluogo lombardo. Il suo negozio di strumenti e apparecchi ottici, in Galleria De Cristoforis, fu punto di riferimento per molti altri professionisti dell'epoca.
Alessandro Duroni, Ritratto maschile, ante 1855
(Firenze, Museo di Storia della Fotografia Fratelli Alinari)
Tra i primi soggetti da lui ripresi con il dagherrotipo a Milano sono ricordati dalle fonti in particolare il Duomo, per secoli emblema della città, e l'Arco della Pace, appena inaugurato, soggetto privilegiato per la rappresentazione iconografica della città moderna. In mostra è visibile anche una stampa tratta da un dagherrotipo dell'autore, raffigurante questo soggetto ripreso il 12 giugno 1840 alle ore 6 pomeridiane.
![]()
Il ritratto del noto imprenditore milanese, attento alle più moderne tecnologie, vicepresidente della Camera di Commercio di Milano, uomo colto e tra i più eminenti della società mitteleuropea, è stato eseguito da uno dei più fecondi dagherrotipisti itineranti dell'epoca. L'immagine mostra chiaramente la sicurezza e la capacità dell'autore di riprendere le figure in maniera naturale, discreta, veloce e quasi impercettibile, tanto da suscitare il plauso e la curiosità dei numerosi clienti che, soprattutto nell'ambiente illuminato degli intellettuali e degli artisti delle diverse città in cui ha operato, ricorrevano a lui attirati dal successo e dalla fama che spesso lo precedeva. Giunto dalla Francia, Perraud fu attivo in Liguria, a Torino, Milano e Bologna, prima di stabilirsi, tra il 1845 e il 1846, a Roma. Di lui si conservano, in collezioni private e pubbliche, numerose dagherrotipie tra le quali si ricordano, in particolare, quelle che ritraggono gruppi di artisti stranieri a Roma.Philibert Perraud, Ritratto di Enrico Mylius,
1844-1845
(Loveno di Menaggio - Como, Centro Italo Tedesco Villa Vigoni, Collezione Mylius)
Questa veduta del Campanile di Giotto fa parte di una serie di sette dagherrotipi aventi come soggetto vedute di Firenze e di Pisa.
Alcune di queste rappresentano lo stesso luogo, ripreso dallo stesso punto e nello stesso orario della giornata. Questo procedimento permetteva di ottenere vedute in serie eseguite allo scopo di creare repertori di immagini corrispondenti ai "topoi" iconografici maggiormente richiesti dalla committenza dell'epoca.
![]()
Dagherrotipista non identificato, Firenze, Veduta del Campanile di Giotto, 1846 ca.
(Firenze, Museo di Storia della Fotografia Fratelli Alinari)
![]()
Suggestiva e singolare, questa immagine ci propone una scena non convenzionale e una località apparentemente estranea ai circuiti destinati ai viaggiatori e agli escursionisti che già all'epoca frequentavano in gran numero la città lagunare; ci testimonia inoltre, l'interesse dell'autore ad ampliare lo sguardo verso la periferia della città, verso il ricco ambiente lagunare che circonda Venezia. Un interesse che ha trovato nella fotografia uno straordinario alleato.Dagherrotipista non identificato, Venezia, Canale in laguna, 1848 ca.
(Monaco di Baviera, Collezione Dietmar Siegert)
Questo dagherrotipo appartiene ad una serie di 21 riprese montate in 4 cornici lignee d'epoca e realizzate a partire dal 1847.
Sorgato riprende alcuni familiari, conoscenti legati all'ambiente artistico del quale faceva parte, alcuni popolani in posa come modelli per gli studi artistici, ma soprattutto si autoritrae: qui al cavalletto intento a dipingere. Per tutta la vita disseminerà autoritratti in ogni formato possibile sollecitato forse anche dalla fortuna che ebbero i ritratti usciti dal suo studio fotografico
Antonio Sorgato, Autoritratto al cavalletto, post 1847
(Venezia, Collezione Ferruzzi Balbi)
L'immagine fa parte di una serie di 17 dagherrotipi appartenuti a Stefano Stampa, e prima di lui a sua madre Teresa Borri Stampa, seconda moglie di Alessandro Manzoni. Già attribuiti da Lamberto Vitali tutti allo stesso Stampa, pittore paesaggista legato a Massimo D'Azeglio, sono oggi riconducibili a lui soltanto in parte. Alcuni dagherrotipi della serie sono infatti molto probabilmente di Alessandro Duroni, che non soltanto può essere stato maestro di dagherrrotipia nei confronti di Stefano Stampa, ma avrebbe poi gestito in prima persona l'immagine ufficiale del Manzoni.
Sul verso dei dagherrotipi numerose indicazioni manoscritte da Teresa Borri Stampa consentono oggi di distribuire cronologicamente le immagini e di raggrupparle iconograficamente. Fu forse proprio lei a volerle, allo scopo di realizzare una propria personale galleria di memorie manzoniane: Teresa infatti, secondo la testimonianza di Natalia Ginzburg, sposando Manzoni si era totalmente votata "a venerare di lui la grandezza e la gloria".
![]()
Stefano Stampa, Ritratto della madre Teresa, 1852 (Milano, Biblioteca Nazionale Braidense)
Il doppio ritratto è uno dei diversi esemplari del fotografo Francesco Gibertini attivo come professionista a Napoli, città nella quale il dagherrotipo ebbe particolare risonanza a livello scientifico grazie, in particolare, al contributo accademico di Macedonio Melloni che il 12 novembre 1839 lesse la sua "Relazione intorno al dagherrotipo" alla Regia Accademia delle Scienze. Tra le importanti testimonianze dei viaggiatori si ricordano però le suggestive immagini lasciateci dal filologo e matematico inglese Alexander John Ellis oggi conservate a Bradford presso il National Museum of Photography Film and Television.Francesco Gibertini Ritratto della moglie e della figlia del Sovrintendente borbonico di Sulmona, 1845-1850
(Firenze, Museo di Storia della Fotografia Fratelli Alinari)
Opera del fotografo amateur ragusano Domenico Arezzo dei Baroni di Trifiletti, questa immagine, realizzata a Ragusa Ibla, esce dagli schemi della ritrattistica coeva, per cogliere un momento di quotidianità con grande sensibilità poetica ed estetica.
Uno scatto forse rubato che affascina per il carattere mediterraneo, misterioso e romantico, solare e malinconico che fa di questo frammento di cultura "gattopardesca" una vera e propria icona simbolica.
![]()
Domenico Arezzo di Trifiletti, Ragusa Ibla, Ritratto di Donna Maria Arezzo di Celano, 1851
(Palermo, Fototeca del Centro Regionale per il Catalogo e per la Documentazione dei Beni Culturali, fondo fotografico Arezzo di Trifiletti)